DeepSeek e il Garante: l’intelligenza (troppo) artificiale che ha svegliato Roma

In un mondo dove l’intelligenza artificiale scrive poesie, passa esami e forse sa anche cosa pensiamo, serviva qualcuno che le ricordasse che esistono i moduli in triplice copia.
Così, ecco arrivare il Garante della Privacy, che ha deciso di dare una bella tirata d’orecchie a DeepSeek, la nuova AI cinese diventata troppo curiosa, troppo veloce e – soprattutto – troppo straniera.

Quando il Garante bussa alla porta

A fine gennaio, l’Autorità italiana per la protezione dei dati ha notificato a DeepSeek una richiesta di chiarimenti:

  • quali dati personali raccogli?
  • da dove li prendi?
  • dove li tieni?
  • e, soprattutto, perché?

Domande semplici, alle quali l’azienda ha risposto con la consueta trasparenza orientale: un elegante “non operiamo in Italia”.
Peccato che milioni di italiani potessero già chattare con DeepSeek dal web.

L’arte tutta italiana dell’“istruttoria preventiva”

A questo punto, il Garante ha fatto ciò che sa fare meglio: ha aperto un’istruttoria.
Che in linguaggio burocratico significa: “non ti credo, ma prima voglio scrivere cinquanta pagine per dimostrare che ho ragione”.
Nel frattempo, l’app è sparita dagli store italiani — ma, naturalmente, è rimasta disponibile online.
Perché in Italia, se c’è un divieto, ci sarà sempre un link alternativo.

Le accuse (più serie del tono)

Dietro la verve istituzionale, le questioni sono tutt’altro che leggere:

  • Mancanza di trasparenza, cioè un’informativa privacy scritta in un mandarino giuridico indecifrabile;
  • Dati conservati in Cina, che per il GDPR è un po’ come dire “li ho lasciati su un server su Marte”;
  • Censura incorporata, perché DeepSeek tende a riscrivere risposte “politicamente sensibili” prima che arrivino all’utente;
  • e infine, fughe di dati già documentate, che fanno sembrare il termine “sicurezza” più un auspicio che una garanzia.

“Non è geopolitica, è solo privacy” (forse)

Certo, tutto questo zelo regolatorio non nasce nel vuoto.
Un’AI cinese che funziona troppo bene, parla l’italiano meglio di certi call center e magari fa concorrenza ai giganti americani, diventa automaticamente un “problema di privacy”.
È una coincidenza, ovviamente.

Ma dietro l’argomento della tutela dei dati, si intravede anche un duello di potere: chi controlla l’informazione, controlla il mondo — e l’Europa preferisce che almeno l’informazione resti sotto la sua giurisdizione.

Il paradosso dei dati: tutti preoccupati, nessuno prudente

Il bello (si fa per dire) è che mentre il Garante indaga su DeepSeek, milioni di italiani continuano a regalare dati ben più personali a ogni quiz di Facebook, app di sconti o oroscopo su TikTok.
Ma se un’intelligenza artificiale osa “imparare” da tutto questo, allora sì: scatta l’allarme nazionale.
Siamo un Paese dove la privacy è sacra… fino al prossimo modulo di iscrizione online.

E adesso?

Per ora, DeepSeek è sotto osservazione. Il Garante attende risposte, e il resto d’Europa osserva l’Italia con un misto di curiosità e gratitudine: qualcuno, finalmente, ha avuto il coraggio di dire “alt!”
Forse non fermeremo la rivoluzione dell’intelligenza artificiale, ma almeno l’abbiamo fatta accomodare in sala d’attesa.

Del resto, in Italia tutto passa per un’istruttoria. Anche il futuro.

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